Mi presento. Mi chiamo Stefano Alberti e sono colui che schiaccia i tasti di questa tastiera dall’altra parte del monitor. La creazione di queste pagine non vuole essere una mera combinazione di dati e notizie presi dal web e buttati qui dentro, ma un viaggio attraverso le mie passioni: la musica e la radio.

Di musica sono un semplice fruitore senza alcuna dote teorica alle spalle. Ovvero, non ne capisco una mazza. Che le note sono sette è un dato assodato dalle ore passate a suonare il flauto alle medie, ma su questo dato mi fermo. La musica è sempre stato un momento imprescindibile della mia quotidianità, fin dai tempi in cui giravo per Tortona con il lettore CD in mano, perchè vi ricorderete che in tasca non ci stava, e la radiolina trovata nei bidoncini del detersivo per lavatrice o vinta alle giostre della festa della mia città. Nelle mie orecchie hanno sempre suonato un misto di rock, soft-punk (o pop-punk mettetela giù come volete voi) e una caterba di musica italiana da farmi sembrare “stagionato” e superato agli occhi dei miei coetanei (non parliamo delle nuove generazioni).

Invece sulla radio, qui le cose cambiano.
Quarta liceo, sezione B, primo piano dell’istituto Giuseppe Peano di Tortona. Erano oramai quattro anni, che sarebbero diventati cinque l’anno successivo, che condividevo i miei spazi vitali con Michele, il mio compagno di banco, fidato socio e pioniere della creazione di giochi da tavolo per ingannare alcune ore che trovavamo un tantinello noiose. Un giorno, tra un boccone di focaccia unta a tal punto che poteva macchiare anche l’anima solo a guardarla e l’altro, da lui venni a conoscenza che a Tortona esisteva una radio che era alla ricerca di giovani con la voglia di passare in studio qualche ora del proprio tempo. Arrivò così la svolta della mia vita.

Un amore chiamato Radio.

Non parlo di svolta professionale, in realtà nella vita mi occupo di tutt’altra roba, ma arrivò quella svolta che capita poche volte nella vita, se capita, di capire qual’è quella cosa che ti appassiona fino all’ultima cellula che abbiamo in corpo. Per me era, ed è, la radio. Arrivò così per me quel momento in cui capì per cosa ero nato: non parlo per forza di bravura o di essere naturalmente dotato per quel mondo, parlo semplicemente di aver trovato quel posto che ti fa sentire a proprio agio, uno spazio in cui ti muovi con naturalezza, che ti allontana i pensieri, le preoccupazioni, le ansie per quello che la vita ti mette davanti. La radio era il mio posto. Era il mio porto sicuro in cui rifugiarmi e sgattaiolare quando ne avevo voglia, dove potevo esprimermi, mettermi alla prova e dove avevo un amico che non mi ha mai dato imbarazzo: il microfono. Per circa nove anni quegli studi divennero una succursale di casa mia e saltavo di giorno in giorno tra programmi sportivi, di intrattenimento, rubriche, notizie e creazioni di polpettoni sonori cercando di imparare qualcosa sulle tecniche di editing audio. In poche parole: fu amore a prima vista, e i primi amori, come si dice, non si scordano mai.

Un tuffo nella tecnologia passata

Il mio primo computer arrivò in casa mia comprato dai miei genitori quando ancora facevo le elementari. Ovviamente non sono nato nella generazione che aveva già smarthone, tablet, pc e un profilo instagram creato ancora prima di pronunciare la prima parola. Sono della generazione che ha assaporato in pieno gli sviluppi tecnologici che in pochi anni ci hanno portato dal modem gracchiante del 56k alle applicazioni di streaming sul cellulare per guardare le nostre serie preferite mentre siamo in metropolitana.
In quegli anni internet era “semplicemente” un luogo caruccio (internet si pagava ad ore sulla bolletta telefonica e non era proprio una bella esperienza) in cui cercare informazioni e notizie. Prima dell’ADSL i siti internet erano prettamente testuali, sicuramente non comparivano tracce audio, figuriamoci video. Al massimo era concessa qualche foto che si caricava a pezzi dall’alto verso il basso con velocità variabile in base alla connessione. Non era pensabile che proprio sul web potesse esserci spazio anche per noi. Ma mai dire mai nella vita.

Passarono i mesi, non gli anni, e internet divenne più veloce, si iniziò a pagarlo con tariffe fisse mensili (così si poteva iniziare a stare davanti al computer più ore a ciondolare tra le pagine web), e questa combinazione permise la creazione dei primi servizi che creavano uno spazietto personale che si poteva occupare. Non esistevano ancora i social network, Facebook ancora non era minimamente contemplato, ma arrivarono MySpace e MSN ad aprirci un mondo virtuale. Da quel momento potevamo esistere digitalmente. Da quel momento potevamo inserirci nella rete globale. Da quel momento potevamo condividere pensieri e post con una selezione così variopinta di colori messi tutti insieme (non eravamo propriamente dei geni in questo settore) da far venire il mal di testa a chiunque fosse così pazzo da visitare i nostri primi blog. Ma la soddisfazione per noi adolescenti di quegli anni era incommensurabile. Era la prima volta che internet ci permetteva di conneterci con gli amici e con il mondo. MSN ci offriva la possiblità di aprire un blog e scriverci sopra la qualunque, MySpace permise a tantissime band in giro per il mondo di farsi conoscere avendo la possibilità di sfruttare un lettore audio integrato per caricare qualche propria canzone da far ascoltare ai visitatori. Poi arrivarono Facebook, Instagram, e il resto oramai lo conosciamo fin troppo bene.

Radio Play Italia vuole quindi, nel mio intento, essere il prodotto finale della somma del mio cammino, fino ad ora, dei momenti salienti che hanno caratterizzato il mio vissuto. Il sito internet, che ripercorre il mio entusiasmo adolescenziale di avere uno spazio digitale tutto mio, e la musica collegata al mondo radiofonico. Una coppia di passioni che mi fa sentire a casa ovunque io sia.

Stefano Alberti

oggi ascoltiamo

03/25. myspace days. 2000’s revival